lunedì, agosto 08, 2005

Avalokiteshvara


A volte vorrei non essere così permeabile, così vulnerabile al dolore.
Non il mio, quello lo sopporto, a quello degli altri. Proprio non ci riesco. Non sopporto vedere la gente soffrire, palparne il dolore. Non per vigliaccheria, è che non posso fare a meno di farlo mio. Se poi a stare male è la mia ragazza... !
Questo fine settimana ho vissuto (e continuo a farlo) dentro un amplificatore del dolore gigantesco, collegato a casse da duemila watt che sparano woofer e sub nello stomaco. Sempre. Costantemente. 300 Bpm di dolore superamplificato che ti fa vibrare l'anima.
Tutti a dirimi "non ti preoccupare", "Per fortuna non è grave", "Passerà questo momento". Ma io non li sento assordato dal frastuono di questo terremoto emozionale con soltanto una cosa in mente: "ADESSO BASTA!!!! PERCHE' DEVE SOFFRIRE COSI' ?".
Inutile dire che ogni tentativo di coprire questo frastuono è completamente inutile. Una fila di distrazioni consecutive volte soltanto a ritadare l'incontro con me stesso e con il dolore degli altri.

Nel Buddhismo questa viene definita "Compassione", il farsi carico delle sofferenze altrui e farle proprie. Chiariamo subito che sono un mediocre buddhista perchè quest'ondata di emozioni è stata causata da un'evento che ha colpito la mia sfera intima. Se al posto della mia ragazza in quel letto di fottutissimo ospedale ci fosse stato un estraneo la cosa non sarebbe stata così GRANDE. Non ne avrei la forza. Non posso essere come Avalokiteshvara (il bodhisattwa della compassione, il Dalai Lama per capirci), sopporto a malapena le sofferenze mie e dei miei cari e queste già rischiano di schiacciarmi eppure non posso evitare di sentirle mie.
Soffro dentro anch'io.
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Caino è allo specchio e piange.
Dov'è Abele?

Kain

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Credo che sia una delle caratteristiche che ci distinguono dagli animali, il creare legami tanto forti da farci sentire sulla pelle come nostri i dolori degli altri. E' un dono quindi anche se fa malissimo, anche se ieri pomeriggio dopo aver attaccato il telefono ho pianto come una scema perchè non sopporto nemmeno io tutto il dolore che sto vedendo. Non è giusto, semplicemente penso che non sia giusto tutto questo soffrire. E quella che provo alla fine invece che compassione forse è soltanto rabbia e impotenza.

Lestat ha detto...

Come al solito sai che in queste faccende nn mi ci intrometo + di tanto, cmq anche se alla fine ci conosciamo da poco come amici per quanto possa contare per te io ci sono

Anonimo ha detto...

Finirà presto, ne sono sicura. A soffrire non sono sola, ma purtroppo la tua vita non può essere condizionata da questo terremoto che sto vivendo. Ti amo Silvia

Anonimo ha detto...

Se non sbaglio il primo principio enuncia che la vita è sofferenza, il secondo che l'unica causa della sofferenza è il desiderio...
Ma poi, come si fa a liberarsi dal desiderio (3°) ed essere, finalmente liberi(4°)?
Se amare è desiderare, la felicità dell'altro/a, il meglio per lui/lei, come si può riuscire a smettere di desiderare ???
Non sarò mai un buon buddista, e, se la mia teoria non è del tutto infondata (credo in realtà di non averci capito molto ;-)), non lo sarai mai neanche tu..
Ti voglio bene...
Gubba

Kain ha detto...

Caro Gubba,
la risposta alla tua domanda è nelle ultime due nobili verità.
1° la vita è sofferenza
2° La causa della sofferenza è il desiderio, inteso come attaccamento alla materia e hai piaceri materiali (in effetti questa affermazione ha molte sfumature e non è questa la sede in cui affrontarle)
3° E' possibile liberarsi dalla sofferenza e raggiungere l'illuminazione in vita, risvegliare "la natura di buddha" in noi
4° La via della liberazione dalla sofferenza è racchiusa nell'ottuplice sentiero.

Qui il discorso inizia ad essere complesso e articolato. Se sei vagamente interessato ti do un paio di siti di facile consultazione..
P.S. Ti voglio bene anche io, voglio bene a tutti voi.

P.P.S. Rispondo in maniera così rilassata per chè la situazione è migliorata come sai.

Baci
Kain

Anonimo ha detto...

Una cosa mi piace di tutto questo. Che tutto quello che S. ha (che abbiamo) passato è servito a dare nuove priorità, a rinsaldare qualcosa che c'era e c'è sempre stato tra tutti noi ma che era tempo che non ci dicevamo più. Siamo una squadra e siamo forti, e attraverso il dolore credo che ci stiamo scoprendo migliori di come ci ricordavamo. Siete i migliori amici che una persona possa desiderare.
(lacrimuccia.....)

Anonimo ha detto...

Lacrimuccia anch'io..... diciamo anche qualcosa di più di una sola!!! :*)