Qualche volta faccio finta di niente.
Guardo la mia stanza incasinata e piena di roba che non so dove mettere e che finisce sempre con lo starmi in mezzo ai piedi. Scavalco la sedia inorridendo di fronte alla pila di libri sul mobile, accanto alla TV che accendo solo per vedere un DVD ogni tanto. La scrivania sembra sia stata riordinata con un paio di granate a frammentazione e ci trovo di tutto, scontrini, libri e cd coperti da un sottile strato di polvere.
Se apro l'armadio, piccolo a dire il vero, i vestiti sono ammucchiati, fortuna che non si vede.
Mio padre esce dalla stanza dopo aver passato un'oretta al PC - "mi sa che hai un po' di cose da sistemare li dentro" - mi dice. "Lo so", rispondo passando oltre con un bel sorriso stampato in faccia.
Qualche volta faccio finta di niente.
Una rimpatriata con degli ex colleghi può trasformarsi in un drago con cui fare i conti. Vite diverse messe a confronto dopo qualche anno di distanza rivelano tutto quello che non ho e buona parte di quello che vorrei. Non è invidia, non è nel mio carattere, è rabbia verso tutta la fatica che faccio; verso tutto quello che vorrei cambiare. Finisce che mi devo accontentare dei miei piccoli successi sognando di poter realizzare i Grandi Desideri.
Qualche volta faccio finta di niente.
A volte mi riesce proprio bene, altre meno. Il dubbio continua ad essere se, nonostante la totale consapevolezza dell'impossibilità di vittoria contro certi mostri della mia mente, io debba continuare a insistere nell'intento di traversare l'oceano sul mio guscio di noce; oppure rinunciare una volta per tutte, tirare i remi in barca e farmi trasportare dalla corrente confidando che qualcuno, magari un Dio a caso, si ricordi di dargli una bottarella nella giusta direzione.
Qualche volta invece ci faccio i conti con tutto questo. Conti che quasi mai tornano e mi tocca sempre arrotondare per difetto. Mi accorgo che per qualche ora mi diventa difficile tirar fuori un sorriso, una battuta; che i pensieri convogliano tutti in quel vortice incazzato e ribollente che è il mio piangermi addosso.
Non mi resta che aspettare che passi, aiutandomi con le piccole cose che mi salvano di solito: un giro in moto in una bella giornata, due chiacchiere con gli amici, un po' di musica. La parte difficile sta nel dare a tutto questo la giusta dimensione, bisogna dimostrarsi che l'enorme fatica che sembra si debba fare per dare una sistemata puntualmente si risolve in due orette di lavoro; che la convivenza a casa è anche possibile, e che sicuramente arriverà il momento in cui spiccherò il volo.
L'importante è "fare" e non starsene fermi a guardare il macello da affrontare.
L'importante è non rimanere indifferenti e farsi toccare da tutte queste emozioni perchè è l'unico modo per superarle e mettere le cose a posto.
Non si può stare fermi a guardare. Non si può.
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Perchè chi non si guarda dentro non capirà mai cosa accade fuori.
Kain